di Manuela Travaglini, avvocato e consulente di Belluzzo International Partners. Dal suo Legally Blog su ‘la Repubblica’.

Si è parlato molto, negli ultimi anni, di fuga dei cervelli, ad indicare il fenomeno migratorio che riguarda tanti talenti italiani che lasciano il Belpaese alla ricerca di migliori opportunità all’estero.

Un trend in crescita costante, come ha ricordato ieri il presidente della III Commissione Affari Esteri, Emigrazione, del Senato, Vito Rosario Petrocelli, in occasione del Convegno “Opportunità, incentivi e riforme per attrarre Capitale Umano”, tenutosi a Palazzo Giustiniani: “A gennaio 2018 abbiamo registrato il 64,7 per cento in più di italiani che sono partiti rispetto all’anno precedente” ha sottolineato, statistiche alla mano.

Un dato che fa riflettere, anche perché la migrazione, a differenza di quanto si potrebbe pensare, non riguarda soltanto le zone a maggior tasso di disoccupazione: a guidare la classifica infatti ci sono Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli: sono spesso le eccellenze dei più prestigiosi atenei che decidono di tentare la sorte altrove. “Una situazione grave: formiamo laureati che poi se ne vanno”, gli ha fatto eco Daniele Pesco, presidente della V Commissione, Bilancio, del Senato, che nel corso del suo intervento ha anche voluto fare il punto sugli incentivi fiscali approntati dal Governo proprio per arginare il fenomeno e rilanciare l’appetibilità del sistema Paese.

Una serie di norme in essere già dal 2010 (legge Controesodo) ma delle quali il recente “Decreto Crescita” – D.L. 34/2019 – ha ampliato la portata; norme pensate per favorire ed incoraggiare i professionisti e gli accademici (ed ora anche gli imprenditori e tutti i lavoratori), a rientrare in Italia, prevedendo benefici fiscali di diversa natura e gradazione in base alla situazione personale del singolo cittadino, ma in generale volti ad adeguare la retribuzione già percepita all’estero a quella nazionale. In estrema sintesi, grazie ad un abbattimento della base imponibile fino al 90%.

Eppure: almeno fino ad oggi, per poter accedere al beneficio, bisogna dimostrare di aver avuto la residenza in un altro Stato estero ed aver, a tal fine, provveduto ad iscriversi all’AIRE (l’Anagrafe dei cittadini Italiani Residenti all’Estero). La mancata iscrizione, significava il venir meno del presupposto, come dimostrano purtroppo le numerose richieste dell’Amministrazione finanziaria.

Il Decreto Crescita (per il quale, lo ricordiamo, è in corso l’iter parlamentare di approvazione) ha ora previsto che potranno accedere ai benefici fiscali anche i lavoratori italiani non iscritti all’AIRE (rientrati in Italia a decorrere dal 1° gennaio 2020) purché gli stessi abbiano avuto, nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento stesso, la residenza in un altro Stato ai sensi di una Convenzione contro le doppie imposizioni.

E’ stata dunque elimina la presunzione di residenza in Italia per i non iscritti AIRE, e,  cosa ancor più significativa, esteso il regime di favore anche ai lavoratori “impatriati“ e ai docenti o ricercatori italiani non iscritti all’AIRE e già rientrati in Italia entro il 31 dicembre 2018 “Sanando così – come ha sottolineato nel corso del suo intervento Alessandro Belluzzo, partner di Belluzzo International Partners e vice presidente della Camera di Commercio italiana in Regno Unito – una situazione che stava rischiando di arenare la portata della norma”.

Più in generale – ha concluso Belluzzo – ci vuole un messaggio forte e deciso da parte del legislatore italiano; bisognerebbe rivedere e snellire l’intero sistema, partendo da un atteggiamento pragmatico ed anti-burocratico: riformando l’AIRE, dando il giusto valore alle Convenzioni internazionali, e concedendo i benefici fiscali con maggiore elasticità: “perché il Capitale Umano rappresenta una fonte di arricchimento morale e materiale per l’intero Paese”.

Per molti connazionali che hanno deciso di tentare la sorte altrove, tra le mete preferenziali c’è stato il Regno Unito; questo, almeno fino alla Brexit, la cui ombra lunga ha portato tanti a riconsiderare il proprio futuro in terra d’Albione e valutare il rientro in Italia.

In realtà, come sappiamo, i cittadini europei, e quindi anche italiani già residenti, non avranno alcun problema a restare, eppure c’è un effetto psicologico che pesa, la sensazione di non sentirsi più ben accetti, l’incertezza su un futuro che sembrava possibile, almeno fino a quando l’hostile enviroment non è diventato realtà.

La  nuova disciplina potrebbe ora rappresentare per gli italiani in Regno Unito un nuovo ponte immaginario sullo stretto (o sul canale della Manica), direttamente verso l’Italia.