di Alessandro Belluzzo e Manuela Travaglini.

Dopo fasi di stallo, scadenze imminenti e rinvii dell’ultima ora, dopo tentativi di accordo puntualmente respinti dal parlamento britannico, a più di tre anni dal referendum del giugno 2016 che l’ha decretata, il 17 ottobre scorso il premier Boris Johnson ed il presidente della Commissione europea Jean Claude Junker hanno siglato l’ultima intesa, quella che sembrava dovesse consentire un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione europea ed attuare la Brexit il 31 ottobre.

L’ultimo passaggio, vincolante, era il voto di ratifica da parte del Parlamento entro il successivo 19 ottobre: sembrava fatta, ma poi un emendamento (in base al quale il voto sull’accordo di recesso non potra’ avvenire finche’ non sia stato adottato il Withdrawal bill, cioè il disegno di legge volto ad implementare la normativa Brexit nell’ordinamento del Regno Unito)  presentato in extremiis dal deputato ex-conservatore Oliver Letwin ed approvato dalla maggioranza dei Commons, ha rimescolato le carte e di fatto posticipato nuovamente la deadline, costringendo il premier Johnson a chiedere un ennesimo rinvio.

Con una decisione scritta del 28 ottobre 2019, il Consiglio europeo ha approvato la proroga del periodo ex art.50 del Trattato sull’Unione europea, posticipandone la scadenza al 31 gennaio 2020. La decisione prevede che nel caso in cui l’Accordo sia stato ratificato da entrambe le parti il recesso del Regno Unito possa anche avvenire prima del 1° febbraio 2020, nelle date del 1° dicembre 2019 o del 1° gennaio 2020.

Contestualmente, il Consiglio europeo ha approvato una dichiarazione che:

  • esclude la riapertura di negoziati sull’Accordo di recesso in futuro;
  • indica che fino alla data di recesso il Regno Unito rimane uno Stato membro dell’UE, con tutti i diritti e le obbligazioni, compresa quella di indicare un candidato per la carica di membro della Commissione europea;
  • impegna il Regno Unito ad astenersi da misure che potrebbero minare il perseguimento dei compiti dell’UE, con particolare riferimento al suo processo decisionale.

Parallelamente, il 29 ottobre 2019, per superare l’ennesima impasse, la House of Commons ha approvato la mozione presentata dal Governo volta a indire le elezioni generali il 12 dicembre 2019.

Cosa aspettarsi dalle elezioni

Al momento, si prospettano i seguenti scenari:

  • approvazione dell’Accordo di recesso e della Dichiarazione politica sul quadro delle future relazioni tra UE e Regno Unito, da parte del nuovo Parlamento che si insedierà̀ successivamente alle elezioni generali del 12 dicembre 2019;
  • possibile ulteriore proroga da parte del Consiglio europeo del termine ex art. 50, per consentire l’eventuale convocazione di un secondo referendum nel Regno Unito (per la cui organizzazione bisogna considerare un tempo minimo di 12 settimane da quando viene indetto);
  • revoca unilaterale da parte del Regno Unito della decisione di recedere dall’UE in caso di schiacciante vittoria del fronte remain.

L’ipotesi no deal: vietato abbassare la guardia

L’uscita del Regno Unito dall’UE senza accordo non è tra le tre indicate, e non è contenuta nel Manifesto di nessuno dei partiti di maggioranza; eppure è ancora un’ipotesi reale. Potrebbe verificarsi se il partito Conservatore, fautore e sostenitore del deal, vincesse ma non riuscisse ad ottenere la maggioranza in Parlamento, e quindi minacciasse un’uscita disordinata pur di vedere approvato il proprio deal.

O potrebbe accadere se fosse questo l’esito del referendum.

Ad incoraggiare indirettamente il no deal potrebbe essere anche la stessa Unione europea: come chiarito da Michel Barnier lo scorso 30 ottobre,” anche nell’eventualità della ratifica dell’Accordo di recesso del Regno Unito entro il prossimo 31 gennaio, il periodo transitorio (previsto dall’entrata in vigore dell’Accordo di recesso fino al 31 dicembre 2020) potrebbe essere insufficiente per negoziare un accordo di libero scambio tra UE e Regno Unito e – nel caso in cui il Governo del Regno Unito fosse contrario ad sua una estensione (possibile con accordo tra le parti una sola volta, per un periodo massimo di altri due anni) si potrebbe riproporre allo scadere del periodo transitorio il 31 dicembre 2020 una situazione sostanzialmente analoga a quella di un’uscita del Regno Unito senza accordo”.

In caso di uscita senza accordo, lo ricordiamo, il Regno Unito diventerà un Paese terzo. Da quel momento tutto il diritto primario e derivato dell’UE cesserà di applicarsi in suolo britannico e non vi sarà̀ il periodo di transizione previsto dall’accordo di recesso, il che inevitabilmente causerà disagi ai cittadini ed alle imprese. Per tutte queste ragioni, è importante non arrivare impreparati al no deal: ipotesi al momento remota ma sempre concreta.