di Alessandro Belluzzo e Manuela Travaglini.

Un’opportunità unica per riprendere il “pieno controllo delle frontiere britanniche per la prima volta in decenni” ed eliminare la “distorsione” causata dalla libertà di circolazione dell’UE: è quanto prevede il nuovo piano immigrazione svelato dal governo di Boris Johnson.

Attuando quanto annunciato nel manifesto conservatore che ha poi portato alla schiacciante vittoria elettorale dello scorso 12 dicembre, la stretta sull’immigrazione prevede un’equiparazione dei lavoratori comunitari a quelli provenienti dai Paesi extra UE: al termine del periodo di transizione, e dunque dal 1° gennaio 2021, sarà possibile trasferirsi in Regno Unito solo se in possesso di un permesso di soggiorno per motivi lavorativi rilasciato attraverso un sistema “a punti”.

Per poter entrare nel Paese ne serviranno almeno 70, di cui i primi 50 dati da tre requisiti imprescindibili: conoscenza della lingua inglese almeno a livello “B1”, l’essere già in possesso di un’offerta di lavoro da parte di uno sponsor accreditato, possedere competenze lavorative adeguate al settore che si andrà a ricoprire. I nuovi parametri saranno particolarmente restrittivi per i lavoratori poco qualificati, per i quali sarà estremamente difficile accumulare i restanti 20 punti, che verranno infatti attribuiti in base al salario, al fatto che si vada a ricoprire un settore per il quale c’è particolare bisogno, ed al titolo di studio elevato (il minimo richiesto è istruzione a livello “A levels” cioè un titolo di scuola superiore): un dottorato di ricerca nel settore in cui si è ricevuta l’offerta di lavoro, per esempio, consente di cumulare altri dieci punti.

In sintesi, secondo una rielaborazione del Guardian:

 

 

Più in dettaglio, il nuovo sistema richiede dunque che la maggior parte dei migranti abbia ricevuto un’offerta di lavoro del valore minimo di £ 25.600 – inferiore ai £ 30.000 proposti sotto la premiere di Theresa May ma comunque più elevato di quanto guadagnano mediamente i lavoratori poco qualificati; eccezioni sono previste per i lavoratori con dottorati di ricerca o impiegati in settori con particolari carenze – il servizio sanitario nazionale in primis – i quali potranno entrare con uno stipendio di “soli” £ 20.480. Anche per gli studenti sono previste delle deroghe, purchè abbiano già ricevuto un’offerta da una scuola/istituto d’istruzione, siano in grado di superare il test d’inglese e possano dimostrare di potersi sostenere economicamente: per loro è anche prevista la possibilità di restare in Regno Unito per due anni dopo la laurea. Ultima eccezione per i lavoratori stagionali dell’agricoltura, per i quali si passa dagli attuali 2.500 a 10.000 posti disponibili.

Più in generale, tutto il sistema è stato pensato “per permettere ai più brillanti ed ai migliori di trasferirsi nel Regno Unito”- in tal senso è stato di converso potenziato il “global talent scheme”, in base al quale a scienziati e luminari sarà rilasciato il visto anche in assenza di un’offerta di lavoro preventiva.

Sembra infine salva la possibilità di visitare il Paese senza troppi disagi: i cittadini comunitari, si accenna nel documento appena reso noto dal Governo, potranno recarsi in Regno Unito per motivi diversi da studio o lavoro per un periodo di 6 mesi senza bisogno di un visto d’ingresso e potranno continuare ad usare gli e-gates; la carta d’identità, però, potrebbe presto non essere più accettata alla frontiera.

Naturalmente, le nuove più stringenti regole non si applicheranno ai cittadini dell’Unione che già risiedono in suolo britannico prima dello scadere del periodo transitorio e che abbiano fatto richiesta, secondo le regole, del EU Settlement Scheme.