di Alessandro Belluzzo.

29 marzo: nel giorno che doveva essere dell’Apocalisse si registra la terza e ormai ultima sconfitta al piano di recesso negoziato dalla premier May: i Commons hanno detto “no” con uno scarto di 56 voti. L’aver offerto le sue dimissioni ha fatto ridurre la distanza, ma lo stacco è ancora notevole. A rendere più grave la situazione c’è che a questo punto la nuova deadline è il vicinissimo 12 aprile, data entro la quale o si richiede un nuovo rinvio, rigorosamente motivato da una proposta di soluzione nuova, altrimenti si esce con il temuto “no deal”: senza proroghe e senza paracadute.

Le soluzioni in realtà ci sarebbero, ma anche su queste non si trova una maggioranza: dalla revoca dell’art.50, a nuove elezioni generali, soprattutto all’ormai noto People’s vote. Un nuovo referendum potrebbe essere destabilizzante? Forse, eppure tornano in mente le parole di Mr. David Davies – ex negoziatore Brexit e convinto Leaver: if a democracy cannot change its mind, it ceases to be a democracy. E a dirlo non è un remainder che spera nel ribaltone…