di Manuela Travaglini, avvocato e consulente di Belluzzo International Partners. Dal suo Legally Blog su ‘la Repubblica’.

Con una risoluzione approvata dalla quasi totalità dei deputati europei, mercoledì 15 gennaio il Parlamento di Strasburgo ha invitato il Regno Unito e l’UE-27 ad implementare le linee guida contenute nella parte seconda del Withdrawal Agreement (Citizens’ rights) attraverso un sistema “blindato” di protezione dei cittadini europei in Regno Unito (e viceversa) cui tale sezione dell’accordo di recesso si riferisce.

In particolare, il focus è soprattutto sul Settled Status, la procedura di registrazione attraverso la quale i cittadini dell’Unione Europea che già risiedono in Regno Unito, anche dopo Brexit, potranno continuare a vivere nel Paese e godere degli stessi diritti precedentemente acquisiti.

Un primo invito, determinante, è quello a che il Settled Status abbia una funzione “dichiarativa”: tradotto in termini più semplici significa che il Settled Status (o la procedura analoga implementata da altri Paesi dell’Unione per i britannici) venga riconosciuto di diritto a tutti coloro i quali già risiedono nel Paese, e non concesso a seguito di verifiche da parte delle autorità ospitanti. I parlamentari europei chiedono cioè che il Settled Status sia una conseguenza dei nostri diritti già acquisiti, mentre al momento è esattamente il contrario (funzione “costitutiva”: sono i nostri futuri diritti a derivare dal Settled Status).

Non poche perplessita’ anche in relazione all’elevata percentuale di cittadini dell’UE – attualmente circa il 40% – che hanno ottenuto il pre-Settled Status, condizione destinata a chi risiede in Regno Unito da meno di 5 anni e che consente ai richiedenti di rimanere nel Regno Unito solo per altri cinque anni, entro i quali dovranno presentare nuovamente domanda per ottenere uno status “pieno”, ovvero, in caso facciano decorrere inutilmente il termine, rimettersi alle future e più restrittive leggi sull’immigrazione nazionale britanniche.

Gli eurodeputati chiedono anche al governo del Regno Unito di rilasciare ai cittadini dell’UE “un documento fisico come prova del loro diritto di risiedere nel Regno Unito dopo la fine del periodo di transizione“. Questo per infondere maggiore certezza e generare un maggiore senso di sicurezza sul futuro, anche dopo la fine del periodo di transizione (31/12/2020).

Anche perché, prosegue la risoluzione, “la mancanza di tali prove fisiche aumenterà ulteriormente il rischio di discriminazione nei confronti dei cittadini dell’UE-27 da parte di potenziali datori di lavoro o proprietari di casa che potrebbero voler evitare l’onere amministrativo aggiuntivo della verifica online o temere erroneamente di trovarsi in una situazione illecita”. E’ questo della necessità di un supporto fisico (una sorta di carta d’identità) un punto molto sentito dai cittadini italiani e sul quale si è fortemente battuta proprio l’Italia.

Durante gli undici mesi di transizione che seguiranno l’uscita formale del Regno Unito dall’UE il 31 gennaio e proseguiranno fino a dicembre 2020, sia i cittadini del Regno Unito che quelli dell’UE-27 continueranno a godere della libertà di circolazione (free movement).

Come noto, il termine per la richiesta di Settled Status è attualmente il 31 dicembre 2020, e il ministro dell’immigrazione Brandon Lewis, nonostante le rassicurazioni governative che il Regno Unito vuole che i cittadini comunitari restino qui, ha avvertito che coloro che non si attivano per tempo rischiano di diventare presenze illegali sul territorio. La Risoluzione europea contiene anche un accenno indiretto alle dichiarazioni del ministro Lewis, ed infatti esprime “grave preoccupazione per le dichiarazioni recenti e contrastanti” sull’argomento.

Tutto questo, mentre il chief EU Brexit negotiator Michel Barnier ha ribadito che la Commissione europea sara’ “particolarmente allerta” su eventuali difficoltà riscontrate dai cittadini UE ad ottenere lo status, ed a fargli eco il coordinatore Brexit del Parlamento europeo, Guy Verhofstadt, ha avvertito che il tema dei diritti dei cittadini potrebbe far deragliare i colloqui sulle future relazioni UE-Regno Unito.

Tra suggerimenti, moniti, e velate minacce e’ dunque partito un altro braccio di ferro tra l’UE e UK. Quanto il regno di sua maestà sara’ disposto a concedere pur di vedere “Brexit done” lo scopriremo presto, visto che il Parlamento europeo dovrebbe votare l’accordo di recesso tra UK e UE il 29 gennaio, due giorni prima che il Regno Unito lasci il blocco.