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Servirà il visto di lavoro in GB dopo la Brexit?

Servirà il visto di lavoro in GB dopo la Brexit?

La Repubblica – 01 Ottobre 2018

Emigrare per lavoro in Gran Bretagna: servirà il visto dopo la Brexit?

Risponde Manuela Travaglini, avvocato, consulente di Belluzzo International Partners e blogger di The Italian Community.

 A sei mesi dalla Brexit un rapporto del MAC (Migration Advisory Committee) rende note le linee guida che dovrebbero governare l’immigrazione in Regno Unito successivamente alla fuoriuscita dello stesso dall’Unione Europea. In sintesi, nessuna corsia preferenziale: anche i cittadini dell’Unione Europea avranno bisogno del visto per entrare in Regno Unito per lavoro (naturalmente, non avranno bisogno del visto coloro che vi entrano per turismo, a meno che le norme cambino anche in questo campo).

Questo perché “L’impatto dei migranti dipende da fattori quali le competenze, l’occupazione, l’età e l’uso dei servizi pubblici, e non fondamentalmente dalla loro nazionalità”.

Allo stato attuale, il diritto alla libertà di circolazione, corollario dell’adesione al mercato unico ed allo status di cittadino europeo, consente alle persone provenienti dallo Spazio economico europeo – tutti i paesi dell’UE, oltre a Norvegia, Islanda e Liechtenstein più la Svizzera, di viaggiare e lavorare liberamente nei rispettivi territori senza bisogno di visto all’ingresso ed indipendentemente dalle relative competenze professionali.

In linea con la posizione governativa, e con quello che di fatto ha rappresentato uno dei motivi dominanti della vittoria del fronte del Leave in occasione del referendum sul recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, il rapporto, reso noto il 18 settembre, suggerisce che il Regno Unito dovrebbe porre fine all’accesso privilegiato dei cittadini dell’UE e introdurre leggi sulla migrazione incentrate sull’attrazione di lavoratori qualificati, a prescindere dalla loro provenienza.

Istituito nel 2016 dall’allora Segretario degli Interni Amber Rudd, il MAC è stato incaricato di valutare l’impatto della migrazione dall’UE sul mercato del lavoro del Regno Unito e definire le future politiche sull’immigrazione da implementare successivamente al 29 marzo 2019 (o, come raccomandato, allo scadere del periodo transitorio, e cioè dopo il 31 dicembre 2020).

Il problema della libera circolazione – si legge nel rapporto – è che lascia la migrazione nel Regno Unito esclusivamente ai migranti e che i residenti nel Regno Unito non hanno alcun controllo sul livello e sulla combinazione di migrazione. Con la libera circolazione, non si può garantire che la migrazione sia nell’interesse dei residenti nel Regno Unito”.

Questo, nonostante le conclusioni cui giunge il report stesso a seguito dell’analisi dei dati sui flussi migratori, evidenzino tra l’altro come:

– gli immigrati europei versino in tasse più soldi di quanti ne ricevono in benefits;

– il contributo netto positivo alle finanze pubbliche è maggiore per i migranti EU13 + che per gli immigrati NMS (letteralmentenon-member-states)”.

Se dunque gli immigrati dell’Unione verranno equiparati a quelli extra comunitari, saranno presumibilmente soggetti alle stesse regole di immigrazione previsti per questi ultimi e quindi al complesso sistema di visti e punteggi che regola il flusso migratorio extraeuropeo.

Questi visti vanno dal Livello 1 (Tier 1), riservato ad investitori e “talenti eccezionali”, ai visti Tier 5 per programmi volontari ed educativi a breve termine.

I due più comuni sono i visti per “lavoratori altamente qualificati” di livello Tier 2 e i visti per studenti di livello Tier 4. Attualmente, non viene rilasciato nessun visto Tier 3 – relativo a lavoratori non qualificati.

I visti funzionano su un sistema a punti alquanto complesso, anche burocraticamente, e i criteri sono diventati più severi negli ultimi anni (quando Theresa May era responsabile del Home Office).

Il rapporto, che suggerisce appunto di includere i cittadini dell’Unione all’interno della disciplina generale, evidenzia anche la necessità di modificare almeno in parte il sistema attuale. Nello specifico, le raccomandazioni più rilevanti riguardano:

  • abolizione del tetto massimo di lavoratori autorizzati a entrare sotto il Tier 2 e l’ampliamento della gamma di lavori eleggibili per tali visti. La politica attuale è di consentire l’ingresso in Regno Unito a 20.700 lavoratori altamente qualificati con visti di livello Tier 2;
  • mantenimento della soglia minima di stipendio per il rilascio di tali visti, che al momento è di £ 30.000;
  • dare priorità ai lavori appartenenti ad una lista di occupazioni delle quali c’è carenza, la cosiddetta “shortage occupation list”, della quale fanno parte, tra gli altri, pediatri e informatori sanitari, ma anche animatori 3D e disegnatori di videogames;
  • il non ravvisare l’esigenza di  un percorso specifico di migrazione per lavori scarsamente qualificati – e dunque continuare anon rilasciare visti Tier 3 – con la possibile eccezione di un regime agricolo stagionale.

Pur sottolineando come non sarà possibile dare attuazione alle raccomandazioni contenute nel rapporto prima che si siano chiuse le negoziazioni con l’Unione europea, le conclusioni cui giunge sono comunque di univoca interpretazione: “Se l’immigrazione non deve essere parte dei negoziati con l’UE e il Regno Unito sta decidendo il suo futuro sistema di migrazione in modo isolato,- scrive il chairman del MAC, Professor Alan Manning –  raccomandiamo di passare a un sistema in cui tutta la migrazione è gestita senza accesso preferenziale ai cittadini dell’UE, aggiungendo poi che il Regno Unito potrebbe seguire l’esempio del Canada, che ha “un approccio aperto e accogliente alla migrazione, ma nessun accordo sulla libera circolazione con nessun altro Paese”.

 

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